Il commercio soffre, gli imprenditori scappano e la politica pensa agli alberghi di lusso: a chi serve tutto questo?
di Andrea Palmieri
Negli ultimi tempi si parla molto delle difficoltà che i commercianti stanno affrontando in diverse zone della città.
Basta una passeggiata serale lungo il viale, al Pirgo, nelle periferie o in alcune piazze centrali per accorgersi di un’anomalia estiva che non può passare inosservata.
Il Giubileo, che molti speravano potesse portare una boccata d’ossigeno, non si è fatto sentire.
E, senza gli incassi della stagione estiva, la maggior parte delle attività non riesce ad accumulare il “tesoretto” necessario a superare l’inverno: così, molte chiusure sembrano ormai inevitabili.
La mancanza di programmazione
Ciò che è realmente mancato – da parte di commercianti, politica e associazioni di categoria – è stata una programmazione seria e condivisa con la città e i cittadini.
I rapporti tra residenti e operatori commerciali si sono fatti sempre più tesi:
- esposti continui,
- conflitti irrisolti,
- assenza di un dialogo costruttivo.
Quando infine sono partiti i controlli, il castello di sabbia è crollato: quelle zone non avevano fondamenta solide né un vero progetto di lungo periodo.
A confermare questa tesi c’è l’esempio del Ghetto, che continua a essere vivo e frequentato, proprio perché ha saputo aprirsi alle famiglie e creare una collaborazione tra commercianti e residenti.
Una città che rischia di svuotarsi
Le periferie, da via Buonarroti in su, mostrano con evidenza il crollo dell’attrattiva commerciale.
Interi quartieri stanno lentamente spegnendosi, e le attività superstiti faticano a sopravvivere senza un tessuto urbano vivo intorno.
A peggiorare la situazione c’è l’assenza di una programmazione a lungo termine:
- non esistono progetti per valorizzare gli spazi urbani,
- gli eventi sono episodici e non integrati,
- i commercianti spesso si muovono in ordine sparso, senza coordinamento reale.
Il treno delle Terme che stiamo perdendo
In questo contesto di crisi, la città rischia di perdere opportunità storiche.
Le Terme, che potrebbero diventare il motore di un vero rilancio turistico e commerciale, sono ancora ferme tra annunci e attese.
Imprenditori seri e competenti, senza legami con la politica locale, hanno già presentato progetti concreti e sostenibili.
Eppure, tutto resta bloccato mentre si aspetta l’arrivo dei fondi immobiliari, interessati più alla rendita che alla crescita del territorio.
Ogni mese che passa aumenta il rischio di vedere svanire l’interesse di chi potrebbe davvero far rinascere la città.
Un futuro incerto
Il mercato oggi non vive un buon momento.
Servono risposte immediate: senza interventi concreti, molte saracinesche rischiano di abbassarsi nei prossimi mesi, con imprenditori costretti a rifinanziare le proprie attività, ammesso che ci riescano.
Le città che guardano al futuro, invece, stanno ripensando i loro spazi urbani.
Creano polmoni verdi al centro, aree dove i cittadini possano trascorrere il tempo in spazi condivisi, tra cultura e svago:
- giardini urbani accessibili,
- teatri all’aperto, un po’ come il Globe di Roma dentro Villa Borghese,
- percorsi pedonali e ciclabili che restituiscono vita ai quartieri.
Eppure, qui la politica sembra andare in direzione opposta:
- due nuovi alberghi di lusso,
- 480.000 metri cubi di cemento per speculazioni edilizie,
- interi pezzi di città ceduti ai fondi immobiliari.
Di tutto questo, nessuno – e sottolineo nessuno – ha davvero bisogno.
Non i commercianti, non i cittadini, non la città.
E così resta una sola domanda, che pesa come un macigno:
A chi serve davvero tutto questo?
