“Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia: «Circa 20 milioni di euro all’anno a centrale, quindi 40 milioni complessivi, che finiranno nelle bollette. Ma avere una riserva strategica limiterà le speculazioni sul gas: potremo risparmiare fino a 300 milioni l’anno. E quindi, l’idea è giusta».”
In questi giorni mi è capitato di leggere più volte questa dichiarazione riferita alla ormai famosa “messa in stand-by” (per i prossimi 13 anni!) delle centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi.
Sorvoliamo pure sull’uso del termine “stand-by” per impianti di questo tipo, che suona quasi ironico: non basta certo premere un interruttore per riportare una centrale a pieno regime.
La riattivazione richiede personale, manutenzione e scorte di carbone – tutte attività attualmente sospese o, nella migliore delle ipotesi, ridotte – e soprattutto tempo.
Tanto tempo.
Però, questioni tecniche a parte, la cosa che mi ha più colpito è il discorso dell’ipotetico risparmio.
Io ‘sta storia che si “potrebbero” risparmiare 300 milioni mica l’ho capita tanto bene, eh.
Poniamo il caso, sempre presunto, che l’operazione finanziaria riuscisse… ma alla fine chi è che li risparmierebbe veramente questi soldi?
Di certo non lo stato, visto che il gas viene acquistato direttamente dai grandi produttori di energia sul mercato e men che meno l’utente finale, che paradossalmente si ritroverà, unica parte sicura dell’operazione, le bollette gonfiate per 40 milioni di euro all’anno, soldi che forse serviranno, e questo è tutto da vedere, a mantenere in “animazione sospesa” due centrali a carbone ferme ormai da quasi due anni.
Ora, essendo io un tipo parecchio curioso, mi sono andato anche a cercare che “farebbe nella vita” questa Norisma Energia, per meglio capire il grado di attendibilità di queste affermazioni, ed ho scoperto che è una società indipendente di ricerca e consulenza specializzata nel settore energetico e ambientale.
Fra le sue principali attività e competenze troviamo:
– Analisi dei mercati energetici: studia le dinamiche di prezzo, approvvigionamento e regolazione dei combustibili fossili, delle fonti rinnovabili e dell’energia elettrica.
– Consulenza strategica: offre supporto a clienti pubblici e privati (aziende, enti, istituzioni) per orientarsi nelle scelte energetiche e ambientali.
– Formazione e supporto decisionale: fornisce strumenti e know-how per aiutare le imprese a definire strategie di business sostenibili.
– Studi e scenari: realizza ricerche su temi come decarbonizzazione, transizione energetica, efficienza, e impatti economici delle politiche ambientali.
Mi pare abbastanza chiaro che le loro analisi rispondono anche, e soprattutto, a una logica di mercato: se il loro business è aiutare aziende e istituzioni a navigare il mercato dell’energia, è ovvio che promuovano soluzioni che mantengano aperte più opzioni strategiche (a tutto guadagno del cliente, ovviamente).
Nulla di illegittimo, ci mancherebbe.
Ma da consumatore finale, la sensazione è quella di trovarsi davanti al solito teatrino da “oste com’è il vino?”, però con l’oste che si è travestito da sommelier e ti racconta che il vino è “un’esperienza sensoriale unica” mentre ti rifila il solito tavernello in calice da degustazione.
Detta tra noi, a me questa suona come l’ennesima supercazzola istituzionale, tirata fuori sul filo di lana per coprire sei anni e mezzo di gloriosa latitanza governativa.
Ricordiamo che l’annuncio del phase-out fu dato proprio a Civitavecchia, il 18 gennaio 2019, dall’allora ministro Costa e da lì in poi il vuoto cosmico.
Direi che il tutto si accosta perfettamente a quell’altra perla di saggezza che ci chiedeva se preferissimo “il condizionatore o la pace”.
E beh… abbiamo visto tutti com’è finita
