Se il Comune di Civitavecchia vuole davvero sostenere la popolazione palestinese, il primo passo è invitare Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati. È lei che ha documentato, con dati e prove, il genocidio in corso e il regime di apartheid, indicando nomi, meccanismi e responsabilità a livello internazionale. La sua presenza darebbe alla città informazioni dirette e autorevoli, indispensabili per prendere posizioni fondate e per intraprendere iniziative realmente efficaci. Invitare Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU che ha documentato con rigore il genocidio e il regime di apartheid nei territori palestinesi occupati, rappresenterebbe un vero atto di rottura, un modo perché la città possa avere accesso a informazioni autorevoli, dati e prove, mettendo in discussione le narrazioni addomesticate e i silenzi colpevoli.
Di fronte a questo, la proposta del PD locale e dei Giovani Democratici di un “gemellaggio” con Gaza appare per quello che è: un gesto privo di contenuto. Gaza oggi è sotto assedio, bombardata, affamata, isolata dal resto del mondo. Migliaia di civili sono stati uccisi, intere famiglie sterminate, infrastrutture e ospedali distrutti. Parlare di “gemellaggio” in questo contesto significa ignorare deliberatamente che ciò che sta avvenendo è un genocidio e una progressiva occupazione del territorio palestinese.
Nonostante l’entusiasmo dei Giovani Democratici che affermano, in un secondo comunicato, come “tutta la sinistra e il centrosinistra” siano uniti nel sostegno al gemellaggio, definendolo “un impegno concreto per rafforzare i legami di solidarietà, promuovere iniziative culturali ed educative e dare un segnale forte contro l’indifferenza”, questa retorica non regge di fronte alla realtà. Il gemellaggio, in assenza di qualunque possibilità concreta di scambio o cooperazione, resta un atto formale senza alcun impatto reale, incapace di salvare vite o cambiare la situazione sul terreno.
Chi propone questa iniziativa evita accuratamente di nominare l’aggressore, di riconoscere le responsabilità e di condannare le violazioni del diritto internazionale. Si limita a un gesto comodo e ipocrita.
Un’amministrazione seria, se davvero vuole promuovere la pace, fa scelte concrete: prende posizione, denuncia i crimini, sostiene l’azione della diplomazia e del diritto internazionale. Non si accontenta di atti formali che, per incapacità o per volontà, mascherano la complicità morale.
Solo abbandonando le modalità di protesta e di solidarietà ridotte a un gesto simbolico, si può iniziare un percorso capace di mettere in discussione le vere responsabilità, denunciare le violazioni del diritto internazionale e operare un cambiamento reale, costruendo legami solidali fondati su conoscenza, azione e giustizia, non su una retorica di facciata.
