La guerra in Ucraina si appresta ad una pausa: è ufficiale.
E mentre si prepara l’incontro fisico fra Trump e Putin, previsto in Alaska per il 15 agosto, mi ritrovo a riflettere su quanto questa liturgia, necessaria ma formale, serva unicamente a suggellare l’intesa evidentemente già raggiunta nei giorni scorsi dalle rispettive delegazioni.
Due mani che si stringono solo perchè l’accordo è già stato raggiunto altrove, quindi. Il lavoro di mediazione è già finito.
Ma c’è qualcosa che stona in questa liturgia: il governo Ucraino non vi prende affatto parte.
Non è un dettaglio: è legittimo infatti domandarsi a che titolo il legale rappresentante degli USA possa firmare un impegno a deporre le armi in nome e per conto del popolo Ucraino. Che valore giuridico avrebbe quell’atto? E soprattutto: quale drammatico significato politico ha questa plateale ammissione? Davvero l’Ucraina è uno stato satellite degli USA al punto che l’inquilino della Casa Bianca dispone del potere di rappresentanza di Kiev, tanto da soppiantare totalmente Zelensky nella liturgia?
Ma c’è dell’altro: il secondo grande assente dal palcoscenico pacificatore è la Comunità Europea, che pure ha sacrificato inutilmente il Nord Stream, l’industria tedesca (soprattutto), francese ed italiana, le bollette del gas di centinaia di milioni di poveri cristi e le riserve belliche di un continente intero, in cambio di un pugno di sanzioni che l’hanno privata di uno dei suoi migliori mercati (quello russo) e di una raffica di dazi, che ora strozzano anche il cordone commerciale con il mercato USA.
Se la guerra in Ucraina ha privato Kiev della sua regione più ricca, il Donbass (miniere di ferro, terre rare, gesso, tessuto industriale e produttivo), e dello sbocco sul Mar d’Azov, lo sforzo bellico ha troncato di netto la principale fonte energetica del motore industriale tedesco e delle caldaie italiane, spingendo le vendite del gas naturale liquefatto statunitense e qatarino, mentre rafforzava Putin sul fronte interno e relegava l’Unione Europea al ruolo di subalterno delle strategie statunitensi.
L’incontro tra Putin e Trump suggella la vittoria di due condottieri: l’inquilino del Cremlino ha rinforzato la propria posizione in Crimea, invertito la rotta espansiva della NATO e portato i russofoni del Donbass al riparo dei confini russi, mentre il biondo occupante la Casa Bianca ha piegato la Germania, un tempo locomotiva d’Europa, introdotto dazi verso Occidente e sanzioni verso Oriente che azzopperanno l’economia europea per decenni e compresso l’Unione Europea nella posizione di stato vassallo dell’impero.
Due vincitori e due sconfitti, quindi. Rimane da festeggiare una pace che è costata centinaia di migliaia di vittime, milioni di feriti, un danno ecologico incalcolato ed una drammatica perdita di credibilità del sistema mediatico-militare occidentale. I russi prendono il Donbass battendo la NATO con i microchip delle lavatrici e le pale, con Putin e i suoi sosia, il Parkinson, un cancro della tiroide ed i giorni contati.
Abbiamo vinto perchè Putin voleva conquistare l’intera Ucraina in tre giorni, diranno. Ma con la retorica di guerra e la propaganda si finisce col tifare anzichè comprendere e domandare ragione delle scelte politiche che ci hanno portato qui, a scegliere tra la pace ed i condizionatori.
