Il nuovo Regolamento per l’elezione del Presidente del Movimento 5 Stelle sembra scritto per celebrare la democrazia interna.
In realtà, ne disegna solo la forma: una procedura che apre le porte a tutti, ma le chiude subito a chiunque non sia già dentro la casa di Conte.
Cinque giorni per provarci
Gli iscritti hanno avuto appena cinque giorni per presentare la candidatura, compilare moduli, allegare certificati o autocertificazioni, accettare statuto e codice etico, dimostrare di non aver mai avuto altre appartenenze politiche.
Un tempo tecnico per chi è già pronto; un muro per chi vorrebbe provarci davvero.
Il filtro discrezionale
Poi arriva il Comitato di Garanzia, che decide chi è “ammissibile”.
Può escludere chiunque per motivi vaghi come “condotte lesive dei valori del Movimento”.
Chi viene escluso ha 48 ore per difendersi — sempre davanti allo stesso comitato.
Un partito che giudica se stesso, senza occhi esterni, senza tempi trasparenti.
Su 76 candidati ne sono stati ammessi 21.
Le firme impossibili
Chi passa il filtro deve raccogliere 500 firme in cinque giorni.
Ogni iscritto può firmare per un solo candidato, e solo attraverso la piattaforma del Movimento e non ci sono state mail di comunicazione agli iscritti.
Conte le raccoglie in poche ore; gli altri non hanno nemmeno il tempo di farsi conoscere.
Così il pluralismo resta una parola, non una possibilità.
Dibattito facoltativo
Il regolamento prevede anche “dibattiti pubblici”, ma solo se il Movimento deciderà di organizzarli.
Nessun obbligo, nessuna parità garantita, nessun tempo minimo di campagna.
Un confronto concesso, non previsto.
L’illusione della pluralità
Lo statuto parla di candidature alternative, ma nella pratica — come nel 2021 — viene presentato un solo nome, scelto dal vertice e approvato online.
Un voto che serve più a ratificare che a scegliere.
Un quesito che chiama noi iscritti, ad esprimere il proprio voto favorevole o contrario all’elezione di Giuseppe Conte quale Presidente del MoVimento 5 Stelle.
Il risultato: un plebiscito travestito da consultazione
Conte, in questa struttura, non è un presidente tra gli altri: è il centro di gravità permanente di un movimento che ha smarrito il proprio equilibrio collettivo.
Il regolamento non lo protegge: lo consacra.
Ogni dettaglio — i tempi compressi, i filtri discrezionali, la facoltatività del dibattito, la gestione interna delle firme e del voto — converge verso un unico esito: la conferma rituale del leader.
Il Movimento 5 Stelle, nato come rivolta contro i partiti verticali, è diventato il più verticale di tutti, con un linguaggio orizzontale a coprire una struttura monolitica.
Non servono manipolazioni né censura: basta l’inerzia.
Basta la fiducia cieca nella figura del “garante” che, come in ogni religione laica, decide chi merita di parlare a nome del popolo e chi no.
Epilogo
Giuseppe Conte non è certo un dittatore.
Ma il meccanismo che lo circonda — così perfettamente calibrato da non lasciare spazio a nessuno — è quello tipico dei sistemi di consenso controllato.
Democratici nella forma, autoritari nella sostanza.
E allora, se il Movimento è ancora un laboratorio politico, la domanda è semplice e scomoda:
vuole davvero scegliere un presidente, o solo riconfermare il suo piccolo dittatore buono?
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